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DISTURBO ISTRIONICO DI PERSONALITÀ

Il disturbo istrionico di personalità è caratterizzato da una modalità totalizzante di eccessiva emotività e ricerca di attenzione. La diagnosi avviene tramite criteri clinici, mentre il trattamento per la cura prevede sedute di psicoterapia psicodinamica.
I pazienti con tale disturbo utilizzano il loro aspetto fisico, agendo in maniera impropriamente seducente e provocatoria, per ottenere l’attenzione degli altri.
Essi mancano di uno strutturato senso di autodeterminazione e sono estremamente suggestionabili, e mantengono un atteggiamento di sottomissione per mantenere l’attenzione altrui. Si stima una prevalenza minore al 2% della popolazione generale degli U.S.A ed il rapporto di tale prevalenza tra gli individui di sesso maschile e quelli di sesso femminile risulta di 1:1, sebbene il disturbo istrionico venga diagnosticato più spesso nelle donne in contesti clinici, ovvero nel luogo in cui sono stati pervenuti i dati. Le comorbilità sono comuni e frequenti, come per esempio quelle legate al disturbo antisociale, borderline e narcisistico. Ciò suggerisce che queste patologie, insieme a quella di tipo istrionico che non fa eccezione, condividono una componente di vulnerabilità biologica. Alcuni pazienti manifestano anche con un disturbo somatoforme, che può corrispondere alla ragione per cui essi si presentano per la valutazione. Possono inoltre coesistere il disturbo depressivo maggiore, quello depressivo maggiore ed il disturbo di conversione.
I pazienti affetti dalla patologia in questione cercano in tutti i modi di porsi al centro dell’attenzione e sviluppano un forte senso di malessere e di depressione quando ciò non succede. Si vestono e si comportano in maniera inopportunamente seduttiva e provocante, non solo con potenziali mire ed interessi romantici, ma anche in contesti diversi(come a lavoro, per esempio). Desiderano ardentemente impressionare gli altri attraverso il loro aspetto e pertanto sono sovente preoccupati di come appaiono. La loro personalità si contraddistingue per possedere tratti di indole ed atteggiamento esuberanti, drammatici, provocanti, trascinanti ed ammalianti. L’espressione dei loro stati d’animo può essere superficiale od eccessiva. Si lasciano facilmente influenzare/suggestionare dalle altre persone e dalle tendenze correnti, per esempio le mode.
Sono anche inclini a nutrire una fiducia esagerata specialmente con figure rappresentative o di autorità che, pensano, possano essere capaci di risolvere tutti i loro problemi. Questi pazienti hanno una concezione distorta delle relazioni interpersonali, intendendole non di rado come più vicine di quanto non lo siano realmente. Tendono pure ad annoiarsi con facilità, per questo hanno bisogno di novità nella propria vita. Le loro azioni, in definitiva, sono motivate dall’ottenere una soddisfazione immediata. Può risultare difficile per loro l’acquisizione di un’intimità emotiva e sessuale, in quanto essi possono spesso inconsapevolmente giocare ed interpretare un ruolo( per esempio quello della vittima), cercando di controllare il partner utilizzando atteggiamenti seduttivi ed emotivamente manipolatori sviluppando così una forte dipendenza dal partner, ulteriore comorbilità appartenente tuttavia al cluster C, vale a dire il disturbo dipendente di personalità.
Affinchè venga diagnosticato tale disturbo di personalità, i pazienti devono presentare un modello pervasivo emotività eccessiva e spasmodica ricerca di attenzione. Tale paradigma viene evidenziato e rimarcato dalla presenza di almeno cinque tra i seguenti fattori determinanti:
– Senso di malessere e disagio nel momento in cui non si trovano al centro dell’attenzione;
– Interazione con gli altri che si rivela essere impropriamente seduttiva e provocante;
– Mutevole instabilità emotiva e spesso approssimativa manifestazione delle proprie emozioni;
– Utilizzo continuo dell’aspetto fisico per richiamare l’attenzione su se stessi;
– Linguaggio estremamente “impressionistico” e vago, con durezza nell’espressione delle proprie opinioni a scapito della mancanza di dettagli ed argomentazioni adeguate per sostenerle;
– Drammatizzazione del sé, alto livello di teatralità e bizzarra ed insolita espressione dei propri sentimenti;
– Alta suggestionabilità;
– Interpretazione e concezione distorta delle relazioni, viste non raramente come più vicine ed intime di quello che sono in realtà.
Il requisito precipuo è rappresentato dal fatto che i sintomi devono necessariamente manifestarsi nella prima età adulta.
Il trattamento per la cura prevede la psicoterapia psicodinamica, che si concentra sui conflitti più profondi. Il terapeuta può incoraggiare i pazienti a sostituire il linguaggio al comportamento affinchè questi possano imparare a comprendere meglio se stessi ed i propri stati d’animo comunicando con gli altri con un sistema di codici espressivi-linguistici meno drammatici e teatrali, bensì più consoni e “standard”, per il fine ultimo di una migliore gestione dell’autostima e di una presa di consapevolezza che gli atteggiamenti istrionici che pongono in essere non sono altro che un modo disadattivo per attirare l’attenzione degli altri su di sé.

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SCACCO MATTO ARRIVA A MILANO

Apre ufficialmente oggi, in data 12 Novembre 2020, Scacco Matto a Milano, una nostra affiliata, rappresentata dal Presidente Giuseppe Montuoro e i suoi Soci Fondatori: Renato, Maria, Italia, Carlo, Giada, Alessandra, Maria Luisa, Valeria e Maria. Il capoluogo della regione Lombardia godrà della fruizione dei molteplici servizi alla persona che la Scacco Matto offre già dal 2010 in territorio ferrarese.
L’obiettivo principale che si prefigge Scacco Matto è quello di perseguire il benessere delle persone svantaggiate con problemi di salute mentale, offrendo sostegno ed assistenza h24.
Per attuare tale opera Scacco Matto dispiega e pone in essere, una fitta rete di supporti che si integrano con il servizio pubblico psichiatrico territoriale locale, bensì integrati con tale funzione pubblica per una esigenza di natura superiore. In sostanza Scacco Matto, nella persona del Dott. Wladimir Fezza e della coordinatrice Dott.ssa Sara Mantovani, oltrechè dei dipendenti della società, replicherà il suo modello anche nel territorio di Milano. Il modello Scacco Matto si caratterizza per il presupposto di dimostrare che qualunque persona con disagio psichico ha un potenziale patrimonio di risorse ancora da scoprire ed utilizzare in ambito sociale e lavorativo, alla pari di qualsiasi altro individuo.
Il fatto che il 75% dei dipendenti dell’azienda abbia sofferto in passato o tuttora di un disturbo psicologico è, dal nostro punto di vista, un valore aggiunto per l’azienda che, invece di relazionarsi con i pazienti-utenti del servizio che Scacco Matto in maniera impersonale e clinica propone, a fronte di una quota mensile, un approccio innovativo in quanto personalizzato e finalizzato al recupero del paziente-utente in una maniera diversa, più umana e con lo scopo ultimo di non stigmatizzare il paziente e stabilizzarne i sintomi, ma anzi di favorirne il processo di guarigione fino ad un eventuale assunzione lavorativa.
Non a caso, infatti, molti dei dipendenti godono dello status di ESP, ossia esperti nel supporto tra pari che viene certificato e riconosciuto ufficialmente in seguito alla frequentazione di un corso specifico e di un esame finale apposito di certificazione delle competenze acquisite. Quella di Scacco Matto è una realtà in divenire, che potremmo definire “liquida”, ossia in costante evoluzione e che plasma la sua natura mediante “modelli virtuosi”, contraddistinti dalla disponibilità e volontà, da parte delle figure dipendenti dell’azienda, di portare un beneficio semplice o più articolato al paziente, visto come individuo complementare e che può a sua volta arricchire la figura dell’esperto mediante il suo “bagaglio” di esperienze con cui condividere il proprio vissuto, soprattutto emotivo/emozionale. Ciò comporta uno scambio equo e per l’appunto, semplicemente “alla pari” tra le due persone, che si rivela essere a posteriori, insieme con la condivisione, il requisito essenziale per la crescita personale di entrambi, perché come diceva lo scrittore russo Tolstoj, la felicità è autentica e reale solo quando è condivisa.

A cura di Federico Segato

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MANIE

Nell’ambito della psicologia clinica la mania è una condizione psicopatologica contraddistinta da un senso di eccitazione o sovraeccitazione concernente molteplici sfere della personalità. Sovente essa rappresenta una fase, più o meno duratura, del disturbo bipolare, che alterna periodi di disturbi depressivi ed altri maniacali. Nel senso comune il termine mania viene adoperato per identificare idee o comportamenti ossessivi tipici di altre psicopatologie, come per esempio il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Le manie sono per lo più espressioni di liberazione di energia vitale accumulata in circostanze in cui per qualche motivo particolare si è vissuta una inibizione emotiva ed una mancata manifestazione dello slancio emozionale provato. Tale energia accumulata, di carattere psico-fisico, finisce per sfociare in una sorta di nevrosi ossessiva disfunzionale e condiziona il regolare funzionamento della persona, che invece di esprimere a tempo debito e nel modo più corretto e accettabile dal punto di vista sociale le sue emozioni, viene “caricato” proprio a causa della frustrazione derivante dal mancato atteggiamento opportuno ed adeguato alla situazione critica per lui.
Le manie non sono altro che azioni, gesti, pensieri, idee e comportamenti ripetitivi e replicati in serialità al fine di sfogare la tensione emotiva accumulata e per debellare le paure più disparate. Talvolta tali gesti hanno la funzione di raggiungere una maggiore sicurezza interiore, che si rivela in ultima analisi una mera illusione fittizia.
Un inquadramento psicologico esaustivo è stato fornito, per esempio, da Karl Jasper, secondo il quale “ la mania è caratterizzata da una immotivata e traboccante allegria ed euforia primaria, da una modificazione del corso psichico nel senso della fuga delle idee e dell’incremento delle capacità associative. La gioia di vivere stimola tutte le pulsioni istintive e aumenta la spinta interiore all’azione ed al dinamismo generale, con gli impulsi vitali che si elevano da stati di esuberanza fino a raggiungere condizioni di estrema euforia, o sovraeccitamento”.
Spesso con la stessa marcata eccitazione con cui il paziente si crogiola nei suoi pensieri di superiorità(manie di grandezza), il suo umore può cambiare drasticamente fino al pessimismo esistenziale per l’insorgenza di associazioni di idee fastidiose, disturbanti e considerate demoralizzanti dal soggetto stesso. In tal modo l’euforia riposta in un particolare ambito di suo interesse può essere soggetta a drastiche e repentine alterazioni a causa di fenomeni esterni che interferiscono con la sua peculiare maniera di vedere e concepire la vita. Questo tono dell’umore estremamente altalenante non gli permette di essere permeabile ad altre rappresentazioni mentali del classico individuo normotipico. In ambito fenomenologico lo studioso Binswanger ha colto il nucleo essenziale della mania in una destrutturazione della temporalità, per la quale al maniaco è consentito vivere soltanto in un assoluto presente, senza passato né futuro. Questa maniera di porsi da un punto di vista temporale produce una frammentazione che preclude la costruzione di una storia interiore allo scopo di poter rispondere del proprio passato oltrechè ad anticiparsi e rappresentarsi mentalmente nel futuro. L’opinione dell’esperto G. Jervis è che all’interno della persona affetta da tale disturbo coesistano due anime simultaneamente, ossia quella euforica e quella più latente e celata di depressione, che rappresenta il suo vissuto più intimo e profondo. Tale ambivalenza porta il soggetto con tendenze maniacali anche a trattare le cose e le persone sotto l’esclusivo profilo della funzionalità e strumentalità, focalizzandosi su una spasmodica e morbosa ricerca di senso e significato a discapito della volontà di entrare in empatia con l’altro. Le idee maniacali possono rivelarsi anche manie di persecuzione, ovvero disturbi caratterizzati dall’ossessione di essere al centro dell’attenzione malevola di una o più persone esterne che cercano in tutti i modi possibili, secondo il soggetto interessato da tale disturbo di paranoia, di arrecargli fastidio o addirittura danneggiarlo dal punto di vista fisico e psichico. Di frequente tale sintomo di paranoia assume tratti estremi di delirio psichico, con conseguenti ed eventuali fenomeni di allucinazioni visive ed uditive che appaiono come reali ed estremamente disturbanti per l’individuo affetto da questa patologia. L’equilibrio intra-psichico ne viene irrimediabilmente condizionato e compromesso poiché l’individuo, non essendo in grado di mediare e porre un adeguato filtro protettivo, risulta assolutamente impermeabile ai tentativi di persuasione della presa di posizione erronea dello stesso, e quando la situazione reale esterna diventa critica in quanto ambigua per episodi non facilmente interpretabili univocamente, la mente paranoica tende a vivere tali momenti con accentuato malessere intraprendendo tutto un apparato di moti cognitivi che confermano e suggellano la tesi disfunzionale dominante, che potrebbe esser rappresentata dal desiderio, di radice ignota, di schernire, denigrare o danneggiare la persona in questione, e tale paura si alimenta dei segnali ambivalenti, contraddittori ed apparentemente incomprensibili lasciati ed agiti dagli individui esterni. In taluni casi il paziente si sente costretto a non manifestare emozioni per non generare reazioni eventualmente sconvenienti per lui che potrebbero minare la sua autostima ed a camuffare i suoi stati d’animo per preservarsi da eventuali pericoli di fraintendimento con le altre persone. Vi è anche un elemento intra-psichico di cui il soggetto maniacale non è consapevole, ed è il mascheramento con l’euforia di un disagio psicologico più profondo e radicato, che può comportare estrema suscettibilità a critiche persino costruttive per un problema di sovra-interpretazione, per cui l’individuo paranoide con tendenze maniacali subisce passivamente e poi sbotta in maniera violenta ed imprevedibile esternando tutta l’energia interiore accumulata sotto forma di aggressività. A causa di questi fenomeni il soggetto viene spesso evitato in quanto non compreso emozionalmente sia prima che dopo l’azione aggressiva ritenuta non socialmente accettabile; il paziente dovrebbe quindi imparare ad esternare le sue emozioni con tempismo corretto e nella maniera più adeguata al contesto nel quale si trova. Si verrà ad instaurare così un meccanismo virtuoso di espressione emotiva funzionale e costruttiva, ed il soggetto interessato da tale disturbo progredirà gradualmente nel senso di una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie capacità, con la conseguenza precipua di un incremento significativo del livello della sua autostima. Di tanto in tanto e non di rado l’atteggiamento maniacale può essere alla base dell’ ipomania, ossia una sindrome maniacale intermedia di leggera entità e gravità con assenza di sintomi psicotici, nella quale l’espressione della creatività non conosce limiti ed inibizioni: in tali casi è proprio qui che il talento artistico conosce la sua massima manifestazione.

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DISTURBI DELL’UMORE

I disturbi dell’umore, noti anche come disturbi “affettivi”, rappresentano una pluralità di sindromi in cui il soggetto paziente vive una grave alterazione del tono dell’umore, inteso come stato emotivo interiore. Per poter meglio inquadrare dal punto di vista diagnostico il disturbo dell’umore è indispensabile che quest’ultimo sia contraddistinto dal carattere della persistenza nel tempo che comporti una durata significativa e quasi permanente dello stesso. La cura per tale disturbo può essere assicurata mediante una terapia farmacologica oppure attraverso una terapia psicologico-comportamentale da parte del terapeuta che indirizzi il paziente verso una maggiore, se non piena ed assoluta, consapevolezza del principio di realtà. In questa maniera l’individuo paziente limparerà a concentrarsi sugli stimoli esterni circostanti provando a ridurre progressivamente l’attenzione spasmodica che riserva alla sua condizione umorale e ad i mutamenti improvvisi ed inaspettati del suo stato d’animo. Il fatto che il paziente elucubri ulteriormente sul cambiamento drastico o graduale del suo umore senza un “filtro” adeguato tra ciò che pensa o che gli capita e quello che prova sotto il profilo emozionale sfocerà poi inevitabilmente in un vissuto di confusione emotiva nella quale non sono ben chiari i nessi di causalità che occorrono invece al fine di avere bene in mente il cosiddetto “principio di realtà”. Subentra, nel caso di eccessivi ragionamenti e riflessioni atte a comprendere la ragione di tale volubilità, una sorta di meta-pensiero controproducente e negativo, in quanto il soggetto pensante non solo è vittima del suo umore altalenante, ma elabora le congetture (altri pensieri collaterali) per risolvere il problema senza rendersi conto che non sta agendo in maniera propositiva cercando di identificare il suo malessere nella sua incapacità di “mediare” tra le circostanze esterne reali ed il suo vissuto interno, bensì focalizzando tutte le sue attenzioni su se stesso. I disturbi dell’umore sono un insieme di patologie tra loro differenti, ma caratterizzate dalla riconducibilità di tutte a sintomi specifici, concernenti in prevalenza un tono dell’umore instabile ed imprevedibile che provoca nel paziente un accentuato senso di disagio psichico, con effetti e conseguenze per chi lo prova di difficoltà e problematiche nella gestione della socialità e delle relazioni interpersonali, oltre a quelle intrapersonali, come già descritto in precedenza. Le alterazione del tono dell’umore sono principalmente caratterizzate da una tripartizione: ovvero la depressione, con tristezza permanente, calo drastico dello slancio vitale e dell’azione ed idee per lo più negative; le manie, contraddistinte da una euforia ed un’energia eccessive investite in pensieri o azioni ripetitive volte ad ottenere l’illusione di una maggiore sicurezza. Queste comportano in taluni casi un’accelerazione della velocità del pensiero con conseguenti risvolti patologici come i deliri. Infine vi è l’umore misto, o disforico, con la compresenza concomitante di sintomi depressivi e altri maniacali.

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IPOCONDRIA

Il termine ipocondria è una forma clinica dei disturbi d’ansia caratterizzata dalla preoccupazione ingiustificata ed eccessiva nei confronti della propria o della altrui salute, con la convinzione che qualsiasi sintomo avvertito da un soggetto sia il segno di una patologia severa. Il segno caratteristico è l’osservazione ossessiva di sintomi oggettivi correlati con il proprio organismo (per esempio problemi gastrointestinali, palpitazioni cardiache o dolori muscolari) che impegnano il soggetto in un processo di ascolto e auto diagnosi continui che possono risultare anche fortemente debilitanti. Difatti, alcuni pazienti manifestano i sintomi tipici di un disturbo d’ansia conclamato quali pressione elevata, palpitazioni e stress fisico. Spesso, la preoccupazione permane anche dopo una valutazione medica in cui sia appurato che tali sintomi non indicano nessuna effettiva patologia, o comunque non una patologia abbastanza grave da giustificare il livello di ansia e paura dell’ipocondriaco.
Il trattamento è prevalentemente di tipo psicoterapie, con maggiori evidenze per la terapia cognitivo comportamentale. Si stima che fino al 5% della popolazione può soffrire del disturbo nel corso della vita.

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10 OTTOBRE 2020 GIORNATA MONDIALE DELLA SALUTE MENTALE

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che nel mondo quasi un miliardo di persone convive con un disturbo mentale e che ogni 40 secondi una persona si suicida. Numeri destinati a cambiare radicalmente a causa dell’impatto che la pandemia di COVID-19 sta avendo sulla popolazione di tutto il mondo. Eppure, attualmente non tutti hanno accesso a servizi sanitari di qualità. Nei Paesi a basso e medio reddito oltre il 75% delle persone con disturbi mentali o neurologici e con problemi di abuso di sostanze non vengono curate. Al contrario stigma, discriminazioni e violazioni dei diritti umani sono molto diffusi.

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DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO

Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)
Secondo la classificazione del DSM 5, il disturbo ossessivo compulsivo (conosciuto anche come DOC o OCD in inglese), è un disturbo caratterizzato dalla presenza di ossessioni e/o compulsioni.
Le compulsioni possono presentarsi sia nei bambini e nell’infanzia che nell’età adulta, anche se l’incidenza massima la si ha tra i 15 e i 25 anni. Colpisce circa il 2-2,5% della popolazione generale: significa che su 100 neonati, 2 o 3 svilupperanno nell’arco della propria vita il disturbo. In Italia, sono circa 800.000 le persone colpite da disturbo ossessivo compulsivo (DOC).
È un disturbo che si cronicizza, anche se con fasi altalenanti di miglioramento e di peggioramento, ma a volte si aggrava fino a compromettere il funzionamento in diverse aree di vita. Raramente è episodico e seguito da una remissione completa dei sintomi.
Il soggetto si sente spesso obbligato ad agire o pensare nel modo sintomatico e per questo cerca di contrapporsi e di resistere. Nonostante cerchi di contrastare e nascondere le sue azioni o i suoi pensieri, questo sforzo non lo aiuta affatto a modificare il proprio comportamento.
Il sintomo centrale è la presenza di ossessioni e compulsioni o sole ossessioni, per un tempo significativo della giornata (un’ora o più al giorno) che interferiscono con le attività del quotidiano (lavoro, studio, vita di relazione, cura della casa o dell’igiene ecc.). La presenza di ossessioni e compulsioni comporta una marcata sofferenza, compromette il normale funzionamento sociale e lavorativo del soggettoe non è meglio giustificata da altri disturbi d’ansia o da malattie psichiatriche dovute a condizioni mediche generali.
I sintomi del DOC sono caratterizzati da:
ripetitività, frequenza e persistenza della attività ossessiva (i pensieri intrusivi si ripresentano alla mente con frequenza e permangono in modo duraturo e continuo).
la sensazione che tale attività sia imposta e compulsiva. Le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini che insorgono improvvisamente nella mente e che vengono percepiti come:
Intrusivi: la persona ha la sensazione che “irrompano da soli” o che siano indipendenti dal flusso di pensieri che li precede.
Fastidiosi: la persona sperimenta disagio per il contenuto o per la frequenza.
Privi di senso: la persona ha la sensazione che siano irrazionali, esagerati o comunque non giustificati o poco legati alla realtà presente.
Le compulsioni sono azioni mentali e/o comportamenti che si manifestano in risposta alle ossessioni e che ne rappresentano un tentativo di soluzione; di solito sono seguite da un senso sollievo dal disagio causato dalle ossessioni, seppure un sollievo solo temporaneo. La presenza dei sintomi è vissuta con sofferenza e disagio per diverse ragioni:
Le ossessioni sono presenti in modo costante e ripetuto e non lasciano tregua: gran parte della giornata è occupata da immagini, pensieri e/o idee che non lasciano spazio per dedicarsi ad altro e rendono il soggetto esausto.
Il contenuto delle ossessioni è minaccioso e genera preoccupazione: le idee e i pensieri ossessivi sono ansiogeni perché riguardano il timore di essere esposti a un pericolo. 
Un’idea ossessiva, però, può essere problematica anche per il fatto stesso di essere stata pensata: ad esempio, il soggetto può essere ossessionato da pensieri erotici o da bestemmie. Chi soffre del disturbo di solito nasconde le proprie preoccupazioni: percepisce i suoi comportamenti e pensieri come assurdi e inquietanti e se ne vergogna.
Una grande parte della sofferenza di chi soffre di DOC dipende proprio dal fatto di rendersi conto della esagerazione o irrazionalità dei propri timori e dei propri comportamenti; questa consapevolezza spinge a contrastare ossessioni e compulsioni, con effetti che generalmente aggravano i sintomi e la sofferenza.
Ad esempio nel tentativo di evitare di sentirsi pazzo o ridicolo nell’alzarsi di notte a controllare il gas, il soggetto può decidere di ri-controllare ripetutamente il gas prima di andare a letto in modo preventivo, anche se dopo il primo controllo è già sicuro di averlo chiuso e non è più preoccupato. La differenza di altri disturbi il DOC si manifesta con sintomi e fenomeni eterogenei. In letteratura si trovano una grande varietà di classificazioni e categorie di DOC, ma sulla base del tipo di ossessioni e compulsioni che si presentano, è possibile individuare alcuni sottotipi principali:
Disturbo ossessivo compulsivo da controllo
In questo tipo le ossessioni e le compulsioni implicano timori ricorrenti e controlli protratti e ripetuti, correlati al dubbio di aver dimenticato qualcosa o di aver fatto un errore o danneggiato qualcosa o qualcuno inavvertitamente.
Chi soffre di questo tipo di disturbo arriva a pensare che una propria azione o omissione sia causa di disgrazie.
Esempi di controlli tipici riguardano aver chiuso la porta di casa, il gas o l’acqua, aver contato bene i soldi o non aver scritto parole blasfeme.
Disturbo ossessivo compulsivo da contaminazione
In questo caso si tratta di ossessioni connesse al rischio di contagi o contaminazioni e compulsioni di pulizia.
Le persone che ne soffrono sono ad esempio tormentate dall’insistente preoccupazione che loro stessi o un familiare possa ammalarsi entrando in contatto con qualche invisibile germe o sostanza tossica.
Agenti “contaminanti” comprendono sostanze come urine, sangue, sudore, saponi, solventi e, per generalizzazione, tutti gli oggetti o persone potenzialmente veicolo di queste sostanze.
Il contatto con la sostanza temuta è seguita da rituali tesi a neutralizzare la contaminazione (ad esempio rituali di lavaggio ripetuto delle mani, dei vestiti o di oggetti personali).
Disturbo ossessivo compulsivo da ordine e simmetria
Il disturbo si manifesta come intolleranza al disordine o all’asimmetria. Libri, fogli, penne, asciugamani, videocassette, abiti, piatti, devono risultare perfettamente allineati, simmetrici e ordinati secondo una precisa logica (es. dimensione, colore). Quando il paziente percepisce asimmetria o disordine si impegna anche per molte ore a riordinare questi oggetti, fino a sentirli “a posto”. Le ossessioni di ordine e simmetria possono riguardare anche il proprio corpo (es. pettinatura dei capelli, abiti).
Disturbo ossessivo compulsivo da superstizione eccessiva
La persona che ne è affetta manifesta pensieri superstiziosi portati all’eccesso. L’esito degli eventi viene legato al compimento di certi gesti, alla visione di certi oggetti e/o colori, al suono di determinati rumori. Per annullare un effetto negativo, il soggetto affetto da disturbo ossessivo compulsivo da superstizione eccessiva deve mettere in atto il “giusto rituale”, adattato in base alla situazione che gli ha arrecato lo stato di ansia, e ripeterlo il numero di volte adeguato per evitare qualche disgrazia (ad esempio, fare una preghiera per 3 volte dopo aver visto un’immagine ritenuta negativa).
Ossessioni relative a pensieri tabù (ossessioni aggressive, sessuali, religiose)
Il soggetto che soffre di questo tipo manifesta pensieri ossessivi riguardanti l’avverarsi di situazioni altamente improbabili, ma che gli risulterebbero intollerabili. Il contenuto di tali ossessioni spesso può essere a sfondo religioso, sociale o sessuale.
È il caso di chi è ossessionato dal timore di essere o diventare omosessuale o pedofilo o di chi ha il terrore di essere colto da un’aggressività improvvisa e incontrollabile e fare del male a chi gli sta accanto.
In tali pazienti, l’episodio ossessivo è spesso seguito da un dialogo interiore rassicurante, che rappresenta un tentativo di soluzione al disagio attivato dall’ossessione.
Disturbo ossessivo compulsivo: cause scatenanti
Come per tanti disturbi psichiatrici, non c’è ancora una letteratura sufficientemente robusta e condivisa sulle cause del disturbo ossessivo compulsivo; per spiegare le cause si fa di solito ricorso a spiegazioni di tipo bio-psico-sociale.
Dal punto di vista strettamente psicologico, esistono evidenze del fatto che alcune esperienze e alcune caratteristiche educative possono contribuire fortemente alla genesi del disturbo ossessivo compulsivo.
Esiste un’ampia letteratura scientifica che individua nell’investimento sulla protezione dalla colpa o in un suo elemento, un esagerato senso di responsabilità, un fattore centrale nello sviluppo del disturbo ossessivo compulsivo. Esistono ampie evidenze empiriche e cliniche che il timore di colpa e l’elevato senso di responsabilità predicono la tendenza ad avere ossessioni e compulsioni e che la manipolazione della responsabilità influenzi l’intensità e la frequenza di comportamenti ossessivi sia nei pazienti che in campioni non clinici.
Anche una forte rigidità morale, di frequente frutto di una educazione particolarmente severa, con grande attenzione alle regole e con punizioni sproporzionate e/o difficilmente prevedibili, è un elemento che generalmente si trova nella storia delle persone che soffrono del disturbo ossessivo compulsivo (DOC); si tratta di aspetti educativi che molto probabilmente favoriscono l’esagerata responsabilità e la sensibilità alla colpa.
Il decorso e le conseguenze del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)
Il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) tende a cronicizzarsi, seppure con fasi di miglioramento che si alternano a fasi di peggioramento, raramente il suo decorso è episodico.
In una percentuale stimata tra il 5 e 10% il disturbo ha un decorso gradualmente ingravescente. Considerando che di solito l’esordio è in età giovanile, si tratta di un disturbo che colpisce prevalentemente persone giovani, dunque con una lunga aspettativa di vita. Questo amplifica le conseguenze negative in termini di costi e compromissioni implicate. Dal punto di vista personale il disturbo ossessivo compulsivo può avere gravi conseguenze in termini di costi esistenziali: poiché di solito colpisce in giovane età, rischia di compromettere il corso di studi, la possibilità di lavorare, la normale vita di relazione.
Ad esempio spesso le persone con disturbo ossessivo compulsivo (DOC) impiegano molto più tempo a diplomarsi o laurearsi, a volte addirittura rinunciano; nel lavoro spesso devono accontentarsi di mansioni di bassa responsabilità. Il disturbo ossessivo compulsivo, dunque, riduce notevolmente le capacità di realizzazione esistenziale, riflettendosi negativamente anche sulla qualità e sulla durata delle relazioni amicali e affettive (il 50% dei pazienti non è in grado di mantenere un rapporto di coppia). Dal punto di vista sociale, il fatto che il disturbo tenda a cronicizzare implica costi alti e prolungati in termini di assistenza e di capacità di lavoro (le persone affette da DOC sovente lavorano in modo discontinuo e poco produttivo).
Una terza e frequente conseguenza del disturbo è un peggioramento della vita anche dei familiari: la persona può avere sintomi cosi pervasivi da diventare invalidanti non solo per sé, ma anche da impedire il normale funzionamento della vita dei familiari. Ad esempio i congiunti spesso sono direttamente coinvolti nelle compulsioni (per contenere il disagio del soggetto si sentono costretti a fare loro stessi lavaggi ripetuti, controlli o altro tipo di rituali) o chiamati continuamente in causa con ripetute richieste di rassicurazione circa il contenuto delle ossessioni (ad esempio il paziente a turno “interroga” genitori, partner, fratelli con domande come “sei sicura che toccando una maglietta rossa non ci si contagi?”; “avrò chiuso bene la porta?”). Il coinvolgimento nei sintomi può essere estenuante per i familiari e questo, con il passare del tempo, può anche peggiorare la qualità delle relazioni.
Come guarire dal disturbo ossessivo compulsivo: cura e terapia
Le linee guida internazionali indicano nella terapia farmacologica e nella terapia cognitivo-comportamentale i trattamenti più efficaci. La terapia cognitivo-comportamentale è finalizzata a breve termine a ridurre la quantità e la frequenza dei sintomi e, più a lungo termine, a rendere il soggetto meno vulnerabile ai temi e ai meccanismi cognitivi che hanno contribuito alla genesi e al mantenimento del disturbo ossessivo compulsivo (DOC).
La tecnica elettiva nel trattamento è l’Esposizione combinata con la Prevenzione della Risposta. L’esposizione (nelle sue diverse varianti: esposizione graduale o prolungata; per immagini o in vivo) consiste nel mettere un soggetto in contatto con uno stimolo o situazione che elicita disagio per un lasso di tempo maggiore a quello che il soggetto normalmente tollera.
Ad esempio si chiede ad un soggetto che ha tra i suoi sintomi quello di evitare di toccare le maniglie delle porte, di toccare una maniglia e di mantenere il contatto per 2 minuti. La sperimentazione dell’ansia è negli obiettivi della tecnica; il paziente viene però aiutato sia graduando l’esposizione e sia attraverso interventi preventivi che motivano e riducono la minacciosità del contatto. La prevenzione della risposta consiste nel bloccare i comportamenti sintomatici normalmente messi in atto dal paziente dopo il contatto con la situazione temuta. Il comportamento viene bloccato per un tempo maggiore rispetto quello in cui il paziente è “naturalmente” capace di procastinare la risposta. Ad esempio, riprendendo il caso precedente, si chiede al paziente di non lavare le mani dopo aver toccato la maniglia per un’ora.
Alle tecniche di esposizione e prevenzione della risposta, la terapia cognitivo-comportamentale affianca interventi direttamente finalizzati al cambiamento dei contenuti e processi cognitivi che contribuiscono alla genesi e al mantenimento del disturbo ossessivo compulsivo. Nel nostro centro, per esempio, è in corso la valutazione di un protocollo direttamente finalizzato alla riduzione della sensibilità al senso di colpa (vedi approfondimenti), dal momento che esistono numerose evidenze del ruolo centrale che gioca la ridotta tolleranza alla minaccia di colpa nel disturbo.
Le percentuali di guarigione registrate in letteratura variano tra il 50 e l’85%.
La terapia cognitivo comportamentale negli studi di esito appare superiore a qualsiasi altra forma di trattamento psicoterapico, se si considera la riduzione della sintomatologia, la stabilità del cambiamento, gli effetti collaterali, il rapporto costi-benefici, il miglioramento clinico.
Nel confronto con la terapia farmacologica il trattamento cognitivo-comportamentale risulta avere un’efficacia confrontabile a breve e medio termine, ma il vantaggio sembra essere nella stabilità del cambiamento (minori tassi di ricaduta) e nei minori effetti collaterali.

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BORDERLINE

Disturbo borderline di personalità: e’ un disturbo di personalità, segnato dalla paura del rifiuto, instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé, nell’identità e nel comportamento. Possono verificarsi ira incontrollata, depressione o mania, comportamenti che compaiono fin dall’ adolescenza e si esprimono in varie situazioni e contesti. Altri sintomi sono timore di abbandono, rabbia estrema ed irritabilità; chi soffre del disturbo spesso idealizza o svaluta gli altri, alternando una alta considerazione positiva (di sé stessi o di chi frequenta), ad una svalutazione. Sono frequenti inoltre autolesionismo, idee suicide, abuso di sostanze e disordini sessuali. La malattia compare nel manuale diagnostico dei disturbi mentali ed essendo un disturbo di personalità duraturo di situazioni di disadattamento personale, non si diagnostica per forza questi disturbi nella prima adolescenza, ma senza un trattamento precoce i sintomi possono peggiorare. Con borderline si allude ad un disturbo di personalità emotivamente instabile e che può essere confuso con il disturbo dell ‘ umore (bipolare), ma il passaggio da depressione a mania è qui molto più rapido. Il disturbo borderline stima tra l 1% e il 2 % della popolazione e si riscontra molto più tra le donne che tra gli uomini e si crede che il disturbo causi il 20% dei ricoveri psichiatrici. Quadro generale : l’idea di origine si lega a pazienti con personalità oscillanti tra la psicosi e la mania che comunque non raggiungono estremi di psicosi vere e proprie. I sintomi generali di questo disturbo sono la disregolazione emozionale e l’ instabilità del soggetto. Il disturbo borderline e’ visto oggi come un disturbo segnato da un vissuto emozionale eccessivo, variabile, infantile e di instabilita’ dell’identità dell’individuo. Uno dei maggiori sintomi e’ la paura dell’abbandono, alternata a mania lieve. I soggetti borderline soffrono in genere di crolli di fducia ed umorali, cadendo in comportamenti autodistruttivi e dannosi per i loro rapporti interpersonali. In altre fasi assumono comportamenti pericolosi, perdendo l’ autocontrollo e la valutazione delle conseguenze, elemento collocabile nel contesto dell episodio maniacale lieve o moderato. Alcuni possono soffrire di fasi depressive acute anche brevi ed alternare comportamenti maniacali a normali altrettanto brevi. Nel borderline la fluttuazione delle emozioni è così rapida che chi ne soffre non riesce a riconoscerla. Inoltre il borderline tende ad avere pensieri identificati in termini di opposto l ‘ uno all’ altro ( es classificazione amico o nemico, amore o odio). Questo atteggiamento è tenuto anche nei confronti del terapeuta, anche se inconsapevolmente, perché il borderline ha una scarsa abilità di pensiero razionale durante la fase depressiva e maniacale. Altra caratteristica del borderline è una forte instabilità esistenziale e sociale. Il soggetto ha una vita affettiva di relazioni intense, turbolente e che finiscono presto, perché il disturbo ha gravi effetti che colpiscono la vita lavorativa e relazionale dell’ individuo. Le relazioni sono soprattutto con partner manipolabili e in questo caso avvengono nel rapporto comportamenti caotici come liti furiose, tradimenti e riavvicinamenti bruschi, resi poi ininfluenti dal borderline stesso. Un partner equilibrato che si allontana dal borderline consapevolmente, lo porterà a comportamenti autolesivi o anche al suicidio, tutto finalizzato a richiamare l ‘ attenzione del partner. Le amicizie son poche e fasulle, perché il borderline crea prima un rapporto morboso per poi allontanare l’ altro in modo brusco, per non esser riuscito ad ottenere in cambio lo stesso. In sta fase si convince di poter fare a meno dei rapporti ( fase maniacale). Il disturbo compare nell’adolescenza ed ha aspetti analoghi alle comuni crisi di identità, tipiche del passaggio all’eta’ adulta. Le manifestazioni compaiono con le prime relazioni, la presenza di fobie e ricerca ossessiva di attenzione. Il borderline ha spesso un comportamento impulsivo, tra cui abuso di sostanze ed alcol, disturbi alimentari, rapporti sessuali non protetti o con più partner, spese avventate e guida spericolata. Il soggetto agisce impulsiva ente perché ciò gli porta un immediato sollievo dal suo dolore emotivo, anche se nel tempo incorre in un aumento del dolore causato dalla vergogna per le sue azioni. Quindi il ciclo tipico del borderline è una fase di disagio emotivo, seguita da un comportamento impulsivo per placarlo e provare poi vergogna e per questo sentire un maggior disagio in seguito alla vergogna. Infine, per sperimentare nuovi stimoli, assume altri comportamenti impulsivi per placare il nuovo disagio senza valutare le conseguenze.

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PARANOIA

Disturbo paranoide: chi ne è affetto presenta una grande sospettosita’ e diffidenza nei confronti degli altri, anche in assenza di motivi concreti, portando il soggetto ad interpretare gli eventi sempre in mala fede. Il disturbo colpisce tra il 2,2 e il 4,4 % della popolazione, maggiormente il sesso maschile e si manifesta in genere tra i 40 e i 50 anni di età, ma può avere luogo fin dalla prima adolescenza. Il paranoide teme costantemente di essere ingannato, sfruttato o di subire un imminente danno da parte delle persone con cui è in contatto, dubitando continuamente della trasparenza altrui e vivendo così frequenti liti ed incomprensioni. L ‘ individuo, per paura di essere attaccato si chiude in sé stesso, evitando di confidarsi con gli altri e ponendosi nei loro confronti con eccessiva vigilanza, suscitando una risposta aggressiva di difesa nelle persone che subiscono il suo comportamento. In apparenza può risultare polemico, aggressivo e lamentoso, senza però manifestare episodi rabbiosi espliciti. Si sente spesso inoltre escluso o emarginato, provando per questo ansia e tristezza. Chi soffre del disturbo maschera le emozioni con un atteggiamento razionale e testardo, la cui ostilità di fondo provoca però risposte aggressive da parte degli altri. E’ una persona intollerante alle critiche ed incapace di collaborare e ciò può comportare in primo luogo un rischio per il proprio posto di lavoro. Risulta inoltre geloso e dubitante della fedeltà del partner, rischiando la compromissione della vita relazionale e affettiva. La difficoltà nelle relazioni con gli altri riguarda l ‘ incapacità di mettersi nei panni dell’ altro , per una difficolta’ a distinguere la realtà dalle proprie percezioni e sensazioni. Questo disturbo può comportare anche brevi episodi psicotici (es allucinazioni, deliri di persecuzione, difficoltà comunicative), come reazione ad eventi stressanti, ma solo per pochi minuti o qualche ora. Tra le possibili cause del disturbo paranoide attualmente si ipotizzano temperamenti mentali, sociali ed ambientali, anche se e’ più a rischio di sviluppare il disturbo chi ha avuto familiari con disturbi schizofrenici e deliranti (es delirio di persecuzione). L ‘ esordio può avvenire in adolescenza o nella prima età adulta. Difficilmente un paranoide cerca aiuto psicoterapico di sua spontanea volontà, generalmente e’ spinto a farsi aiutare dai suoi familiari, che notano nella persona stati depressivi o atteggiamenti aggressivi. Un intervento utile per il soggetto e’ la terapia cognitivo comportamentale, ma il terapeuta deve prima affrontare la diffidenza del paziente. L ‘ intervento mira a placare lo stato di vigilanza tipico del paranoide facendogli notare i suoi schemi di pensiero, le conseguenti emozioni e le strategie funzionali a risolvere il problema. La fase successiva infine e’ portare il soggetto ad empatizzare con gli altri. Significato di paranoia : per definire il termine e’ necessario distinguere l ‘ uso quotidiano dal significato nel gergo medico psichiatrico. Nel colloquiale il termine paranoia e’ spesso usato per definire condizioni non pienamente patologiche , in cui la persona si ritiene vittima di persecuzioni o ancora per definire persone che soffrono semplicemente di ansia e apprensione, riferendosi quindi ad uno stato di paura o angoscia. In campo psichiatrico il termine paranoia indica uno stato psicotico, in cui il paziente elabora in modo preciso una serie di ideazione e credenze, basate sulla convinzione ossessiva di essere perseguitati o sottoposti ad una minaccia concreta. Questo pensiero si manifesta tramite idee come ad esempio essere spiati, pedinati o vittime di complotti. Solitamente la paranoia genera una perenne diffidenza verso gli altri, visti come male intenzionati dall ‘ interessato. La paranoia, se non si presenta nella forma di un disturbo delirante vero e proprio, non presenta una situazione di particolari psicosi (cioè riguardo situazioni che possono esserci nella vita reale) e il comportamento della persona non appare particolarmente anomalo. Anche il funzionamento globale della persona non risulta compromesso. Una forma del disturbo talvolta può manifestarsi non solo in forma delirante vera e propria, ma anche come effetto di altre condizioni, tra cui l ‘assunzione di sostanze come cocaina e anfetamine ; può inoltre derivare da una schizofrenia, manifestandosi spesso in forme di bizzarria e allucinazioni visive e uditive, che sono assenti nel disturbo delirante. Generalmente il pensiero paranoide non è di per sé patologico e consiste nel proiettare sugli altri sentimenti ritenuti soggettivamente inaccettabili. La persona attribuisce agli altri pensieri e sentimenti ritenuti inaccettabili con il fine di salvaguardare la propria autostima, in quanto proiettare queste cose sugli altri lo convince di avere il controllo delle situazioni. Il paranoide può arrivare ad una chiusura sempre più netta nei confronti degli altri che possono giungere a non tollerare più i suoi atteggiamenti.

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PSICOSI

Il termine psicosi indica un tipo di disturbo psichiatrico, espressione di una severa alterazione dell’equilibrio psichico dell’individuo, con compromissione dell’esame di realtà, frequente assenza di insight, e frequente presenza di disturbi del pensiero come deliri e allucinazioni. Venne introdotto nel 1845 da Ernst von Feuchtersleben con il significato di “malattia mentale o follia”. Nel senso comune il termine indica genericamente un sentimento di forte paura e ansia legato ad un particolare evento scatenante tale da condizionare il comportamento delle persone. Le forme più comuni e note di psicosi sono la paranoia, il disturbo bipolare e la schizofrenia. Esistono diverse articolazioni cliniche dei disturbi psicotici. I sintomi psicotici sono ascrivibili a disturbi di forma del pensiero, disturbi di contenuto del pensiero, e disturbi della sensopercezione. Si distinguono anche in “positivi”, caratterizzati da espansione della percezione e della sensazione (deliri, allucinazioni, ecc.), e “negativi”, caratterizzati da introiezione ed iporeattività (sintomi autistici, catatonia, isolamento, ecc.). Disturbi di forma del pensiero: alterazioni del flusso ideativo fino alla “insalata di parole” ed all’incoerenza; alterazioni dei nessi associativi, come la paralogia, la tangenzialità, le risposte di traverso, i “salti di palo in frasca”. Disturbi di contenuto del pensiero: ideazione prevalente delirante (deliri, spunti interpretativi). Disturbi della sensopercezione: allucinazioni uditive (a carattere imperativo, commentante, denigratorio o anche teleologico), visive, olfattive, tattili, geusiche (gustative).
Di queste tre categorie di sintomi, il disturbo del contenuto del pensiero (delirio) è quello caratterizzante tutti i quadri psicotici; infatti nei disturbi psicotici dell’umore le allucinazioni possono essere assenti.
Tali sintomi possono presentarsi sotto forma di episodi in diverse altre condizioni:
-in corso di disturbi mentali organici secondari a malattie internistiche o neurologiche (ad es., Lupus Eritematoso Sistemico, Endocrinopatie, Uremia, Porfiria, Malattia di Wilson, Corea di Huntington, lesioni del lobo temporale e parietale, Epilessia);
-in corso di abuso di sostanze come alcol, anfetamina, cocaina, e allucinogeni, o di Delirium;
-in corso di disturbi cognitivi correlati alla demenza;
-in corso di quadri psicotici di disturbi dell’umore;
-in corso di quadri psicotici depressivi e in gravi forme di depressione bipolare;
-in corso di quadri psicotici schizofrenici;
-in corso di quadri psicotici schizoaffettivi;
-in caso di psicosi acute (schizofreniformi, reattive brevi, cicloidi, puerperali, ecc.);
-in corso di disturbi deliranti (di tipo paranoide);
-in corso di disturbi di personalità.
L’età di insorgenza delle psicosi è variabile; nel caso delle psicosi infantili già nel primo anno di vita vi possono essere comportamenti abnormi. Le psicosi hanno un’incidenza tra i 15 e i 54 anni di 1/100 persone. Variano per gravità e prognosi in base alle caratteristiche della malattia, e in base alle caratteristiche dell’ambiente in cui vive la persona. Gli studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’International Pilot Study of Schizophrenia e il Collaborative Study on Determainants of Outcome of Severe Mental Disorders, condotti su 1400 individui osservati in un tempo superiore ai 20 anni, mostrano che la schizofrenia è ubiquitaria, e che contesti sociali diversi determinano esiti sociali diversi. Non sono emerse aree geografiche con incidenza particolarmente alta per i disturbi psicotici. Una prognosi decisamente migliore si è evidenziata per i soggetti appartenenti ai paesi in via di sviluppo. È risultato inoltre che i quadri clinici che si manifestano in maniera acuta presentano una evoluzione migliore di quelli con esordio insidioso e progressivo. Tuttavia, la tendenza ad un esito migliore nei paesi in via di sviluppo è comunque stata riscontrata sia per i quadri clinici a esordio acuto, sia per quelli a esordio progressivo.
Eziologia e ipotesi interpretative
L’eziologia del disturbo (ovvero la sua causa) è, come per molte condizioni mediche, multifattoriale e in larga parte poco conosciuta. Da un punto di vista psicobiologico, la sintomatologia psicotica trova una correlazione con alterazioni organiche a vari livelli, da una predisposizione genetica, all’alterato funzionamento di neurotrasmettitori quali la dopamina, la serotonina, il glutammato, il GABA, l’NMDA, i peptidi endogeni ed altri ancora. La psicoanalisi interpreta le psicosi con una rottura del rapporto dell’Io con la realtà esterna, dovuta alla pressione dell’Es sull’Io. Secondo Sigmund Freud, l’Io cede all’Es per poi recuperare parzialmente la costruzione di una propria realtà attraverso il delirio, recuperando il rapporto oggettuale. Secondo la psicoanalista Melanie Klein, le psicosi sono legate alla caduta nella posizione schizoparanoide della prima infanzia. Secondo lo psicologo analista Carl Gustav Jung, nelle psicosi si ha il sopravvento di complessi autonomi inconsci sul complesso dell’Io, che non riesce a mantenere il controllo sulle formazioni inconsce. Secondo Otto Kernberg, la psicosi si distingue dalla nevrosi per la “diffusione dell’identità” e la messa in atto di meccanismi di difesa primitivi (idealizzazione primitiva, svalutazione, scissione, identificazione proiettiva, diniego, onnipotenza), che proteggono l’individuo dalla disintegrazione e dalla fusione di sé con l’oggetto, con regressione di fronte all’interpretazione. Un altro elemento distintivo è quello della perdita della percezione della realtà. Infatti, al contrario della nevrosi, lo psicotico non riesce ad accettare elementi della realtà che lo circonda, e se ne crea una rappresentazione diversa. Dal punto di vista della psicologia esistenziale, Karl Jaspers parla di esperienze psicotiche quando queste vengono vissute come incomprensibili per il soggetto per le modalità con le quali scaturiscono dall’attività psichica, facendo declinare le condizioni ontologiche dell’esistenza (tempo, spazio, coesistenza, progettualità). L’indirizzo sociale della psichiatria esprime anche un’interpretazione legata al contesto socio-ambientale e relazionale, che, come si è visto, risulta determinante per l’integrazione dei pazienti psicotici e la loro riabilitazione. Molto efficace risulta la seguente conclusione:
«Resta comunque ancora molta strada da fare. Anche se gli antipsicotici di seconda generazione riescono finalmente a colpire il cuore biologico della malattia, non potranno però mai trovare al paziente un lavoro o degli amici: nessuna molecola sarà mai così potente da donargli magicamente la capacità di sviluppare d’un colpo rapporti sociali normali. Questa è una prerogativa che spetterà sempre all’uomo: al medico, al familiare e, da oggi in poi, anche al malato stesso»